The Forest
The Undergrowth
Testi critici, riflessioni curatoriale e contributi teorici sul Padiglione della Repubblica della Guinea Equatoriale.
Arte Nuova per un Paese Giovane
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Il Padiglione della Guinea Equatoriale alla Biennale Arte di Venezia, nella sua 61ª edizione, è un progetto che nasce dalla necessità di storicizzare l’arte di uno Stato di recente indipendenza—appena 58 anni dalla separazione dalla sua antica metropoli, la Spagna.
Ogni storia, per quanto recente, ha un inizio. L’arte, così come intesa nella cultura occidentale—quella insegnata nella colonia—trova il suo Apostolo nella Guinea Equatoriale nella figura dello scultore di origine catalana Modest Gené.
Tutti gli artisti attuali ancora in vita lo conobbero nei suoi ultimi anni. Il suo discepolo più noto, Leandro Mbomio, abbandonò la pratica artistica per la politica, pur senza rinunciare del tutto alla sperimentazione scultorea.
Modest Gené scoprì la Guinea nel dicembre 1957 durante un soggiorno artistico ottenuto grazie a una borsa di studio. La figura di Modest Gené, per le sue caratteristiche estetiche e biografiche, apre a molteplici dialoghi contemporanei nell’ambito degli studi culturali, di genere e postcoloniali.
Fernando Nguema, artista ancora poco studiato, presentato dall’amministrazione estera spagnola nelle Canarie e a Madrid, risponde a strategie differenti ed è un risultato profondamente identitario della genialità locale guineo-equatoriale.
Due persone mi hanno convinto a realizzare questo progetto in pochissimi mesi, con grande fatica, ma il risultato ne è valsa la pena: Antoni Pérez-Portabella e Paul Speller della AAUCA.
Questo nuovo spazio non sarebbe stato possibile senza il desiderio e l’impegno dell’artista, filantropa e curatrice italiana, Contessa Chiara Modìca Donà dalle Rose insieme a suo marito, il Conte Francesco Donà dalle Rose.
Mi concedo infine una breve nota personale: Venezia è sempre stata importante nella mia carriera curatoriale. Quarant’anni dopo, la stessa città mi accoglie nella sua iniziativa artistica più prestigiosa e mediatica.
Grazie, Serenissima.
Nessun Albero Cresce da Solo
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Nell’immaginario occidentale, il bosco non è semplicemente un soggetto iconografico, ma si configura come una struttura simbolica complessa, una forma del pensiero prima ancora che un tema della rappresentazione.
La «selva» è il teatro in cui l’uomo misura la propria fragilità e intraprende un cammino.
Nelle opere di Caspar David Friedrich, la foresta non è descrizione naturalistica, bensì costruzione spirituale. Dalla selva dantesca alle foreste silenti di Friedrich, il bosco coincide con un’esperienza di spaesamento e rivelazione.
Le radici costituiscono l’architettura invisibile del bosco: una trama che assicura stabilità, nutrimento e comunicazione. Rappresentano il sostegno, il legame, l’interdipendenza e la memoria.
La botanica contemporanea ha mostrato come gli alberi siano connessi da sistemi micorrizici capaci di trasmettere nutrienti, acqua e segnali chimici.
Così avviene nelle comunità umane: nessuna identità si costruisce senza una trama di relazioni e appartenenze, senza una memoria condivisa che la sostenga.
Henry David Thoreau, in Walden, racconta di essere andato nei boschi per vivere con saggezza e confrontarsi con i fatti essenziali della vita.
Martin Heidegger, nella raccolta Holzwege, assume il bosco a metafora del pensiero. Pensare, come camminare nel bosco, implica deviazioni e possibilità di smarrimento.
Nel contesto artistico contemporaneo, interrogare il bosco significa rivolgere lo sguardo alla dimensione invisibile dell’esistenza collettiva.
Nessun albero cresce da solo.
Le Ragioni dell’Ombra
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Lo spazio dell’arte. Entrarvi significa, prima di tutto, un cambio di pressione spirituale: abbandonare la luminosità del cielo per smarrirsi tra i grovigli di un oscuro sottobosco.
Al bosco non si sfugge. Persino il tempio greco, col suo colonnato ritmico, altro non è che una foresta simulata: le sue enormi colonne sono tronchi che hanno smesso di oscillare.
E cos’altro è oggi l’arte se non uno schermo necessario, che protegge e che rivela?
L’humus è la memoria biologica del bosco, il cimitero vitale dove i rami spezzati e i detriti della storia si decompongono per trasformarsi in cibo.
L’artista, da creatore, si fa dunque esploratore, raccoglitore di radici.
Il sottobosco, come il tempio, è tutto fuorché uno spazio fisico: è il non luogo della pazienza, dell’ascolto silente, dove nulla va perduto e tutto si trasforma.
L’arte è il sogno di una foresta equatoriale.
Sottobosco: Ponte tra Cielo e Terra
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La scelta di inaugurare il primo Padiglione della Repubblica della Guinea Equatoriale con una mostra interamente dedicata alla Foresta equatoriale ed al suo sottobosco è finalizzata a rievocare il valore di uno degli ultimi angoli terrestri di Paradiso.
La parola sottobosco racchiude in sé molteplici significati, da quelli scientifici a quelli filosofici ed antropologici.
La Foresta è la metafora di un luogo nel quale non si riesce ad intravvedere l’orizzonte. L’infinito è definito dall’invisibile immaginabile.
Il sottobosco è lo strato protettivo e rigenerante del bosco, la zona di transizione tra cielo e terra, la sua protezione ed il suo mistero.
Dalla Primavera di Botticelli alla Caccia notturna di Paolo Uccello, dai boschi incantati di Lorenzo Lotto sino ai Sentieri nel bosco di Claude Monet, l’arte è stata sempre occasione di indagine di un mondo sommerso nel bosco.
Gli artisti viventi del Padiglione della Guinea sono chiamati a rappresentare il significato più profondo del sottobosco, naturale ed urbano.
The Forest: The Undergrowth fiorisce nel cuore di Palazzo Donà dalle Rose come un labirinto di foreste di opere d’arte.
Questa mostra è concepita come un viaggio dal misticismo della pittura paesaggistica sino all’astrattismo.
Sottobosco: Natura e Umanità
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Il sottobosco è il luogo dove la foresta pensa. Lontano dalla verticalità evidente dei tronchi e dalla spettacolarità delle chiome, la vita si organizza in un sistema di relazioni sotterranee, lente e invisibili.
Radici, miceli, humus e semi costruiscono una trama silenziosa di scambi che sostiene l’intero ecosistema.
Trasposto nel linguaggio dell’arte, il sottobosco diventa una potente metafora della condizione umana contemporanea.
Questa mostra collettiva si muove all’interno di questo spazio simbolico e concettuale. Il sottobosco diventa un territorio di indagine in cui natura e umanità non sono più pensate come entità separate.
La natura non appare come uno scenario esterno, ma come una realtà viva che custodisce conoscenza e memoria.
Il sottobosco può essere letto come uno spazio di resistenza e di possibilità. È il luogo in cui la vita si rigenera attraverso cicli di trasformazione.
È un invito a riconoscere che l’umanità non si colloca al di sopra della natura, ma all’interno di un sistema complesso di interdipendenze.
Il sottobosco è un luogo di pensiero, una metafora della complessità e della trasformazione.
Contributi Curatoriali
Sezione predisposta per ulteriori testi, note curatoriali o contributi critici di Vito Corte e Carlota Muiños Jiménez.
Un archivio critico vivente
Foresta, sottobosco, radici, memoria e identità diventano strumenti per leggere il Padiglione come esperienza culturale, spirituale e contemporanea.
